Omicidio a central park, il breve racconto thriller psicologico che ha superato il contest 100 racconti per un lungo viaggio e si è guadagnato la pubblicazione nell’omonima antologia edita da Tripla E edizioni.
Mi presento. Sono Mark Clarkson e sono rinchiuso in un penitenziario di massima sicurezza in Florida. Tutto iniziò quando Margaret decise di fare jogging a Central Park, mai avrei pensato che fosse l’inizio della fine.
L’articolo sul New York Times titolava: Dramma a Central Park: rinvenuto il corpo senza vita di una ventenne. Il cadavere è stato trovato nella mattinata di mercoledì 19 marzo, sul caso indaga la polizia. Presunto omicidio.
Tutto cambiò il giorno in cui lui incontrò la psichiatra Alice Brune, una donna affascinante con i capelli color fuoco e gli occhi color oceano. La dottoressa invitò l’uomo ad accomodarsi sulla poltrona del suo studio, lui si sedette e domandò: “Perché sono qui?”

“Non si ricorda proprio nulla?”
“No, dottoressa. I vuoti di memoria continuano a offuscare la mia mente…”
“Allora glielo spiego io. Lei si trova qui a seguito della tragedia avvenuta a Central Park. Inizieremo un percorso di anamnesi criminologica. Si ricorda almeno il suo nome?”
Fu la voce agitata di un bambino a rispondere: “Mi chiamo Martin! Ho paura che Ivan mi faccia del male! La prego signora, non lo chiami qui! Ivan è cattivo! Ha ucciso il mio cagnolino Pallino! Mamma era venuta a prendermi a scuola con una faccia tanto triste… mi disse che Pallino era diventato un angioletto e che dormiva sottoterra!
Mamma mi ha detto che i desideri possono trasformarsi in realtà. Per questo vado in giro con paletta e secchiello, per scavare e trovare vivo Pallino” il bambino poi confidò, “Ivan ha ucciso anche la ragazza nel parco”.

Una voce profonda uscì dalla bocca del ragazzo: “Stai zitto, poppante! Ho di meglio da fare che ammazzare cani e baldracche nei parchi!”
La reazione del giovane confermò la diagnosi della dottoressa Brune: il paziente soffriva di un disturbo dissociativo dell’identità, patologia generata da un trauma infantile, che causa la disgregazione della personalità di chi ne è affetto.
La dottoressa prese un foglio e delle matite colorate e le porse al ragazzo: “Martin, potresti disegnare la tua paura più grande?”
Il bambino completò l’opera che aveva per protagonista un uomo nero.
Lo consegnò alla dottoressa Brune e, con voce più acuta e calma, spiegò: “Quando i miei genitori si separarono, papà si rifugiò nell’alcol perché la mamma lo aveva tradito. Non potrò mai dimenticare le parole di mio padre: ‘Joyce’, così mi chiamava, ‘Joyce, vieni qui che ti faccio fuori!” Iniziò a picchiarmi e a frustarmi con la cintura. Gli ricordavo la mamma. L’uomo è la mia più grande paura e da quel momento mi fidai solo delle donne.”
Ipnosi regressiva. Tre ore dopo…

Mi presento. Sono Mark Clarkson e sono rinchiuso in un penitenziario di massima sicurezza in Florida. Martin è un bugiardo. Ora vi dirò la verità. I miei compagni di classe mi bullizzavano, così emerse l’identità di Ivan, un ceffo più brutto di loro che li minacciava con un coltello.
Ivan mi proteggeva, nel modo più sbagliato, ma non è lui l’assassino di Margaret. Come disseppellii il cadavere del mio cane quando avevo 8 anni, così feci con il corpo di Margaret, per questo la salma è stata scoperta. Mio padre mi violentava dietro a un cespuglio.
Con uno stupro omosessuale aveva tradito mia madre e aveva risvegliato l’identità Joyce. Lei sopportava quelle violenze che la trasformarono anni dopo in un’assassina.
Joyce amava Margaret e la paura che un giorno l’avrebbe tradita con un uomo l’ha spinta a compiere l’omicidio a Central Park. Joyce ha ucciso Margaret, è lei che dovete arrestare, non me. Io sono innocente.
