Durante l’esame di storia contemporanea, per caso, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia, mi sono imbattuta in Dialogo agli Inferi tra Machiavelli e Montesquieu, opera apocrifa ottocentesca attribuita, forse falsamente, a Maurice Joly, che mi ha catapultata in una vera boxe politica nell’oltretomba.
Il match tra due giganti politicamente opposti
È stato come trovarsi a bordo ring in un match tra due giganti politicamente opposti. Il mio peggior nemico, Niccolò Machiavelli, cinico realista della “ragion di stato”, e Montesquieu, difensore instancabile della legge, della libertà e della separazione dei poteri.
Leggere questo match è stato un vero pugno allo stomaco. Machiavelli giustifica ogni mezzo pur di raggiungere il fine: menzogne, sopraffazione, crudeltà.
Nulla sembra escluso. Montesquieu, con i suoi colpi di penna precisi e letali, mette K.O. l’ipocrisia machiavelliana. Dimostra che la legge, e non la forza bruta, è ciò che garantisce giustizia.


La mia boxe contro Machiavelli
Machiavelli vede l’uomo come intrinsecamente malvagio, mentre Montesquieu crede nel progresso e nella capacità di costruire una “società migliore”.
Io mi colloco chiaramente dalla parte di Montesquieu. Sono antimachiavelliana e trovo intollerabile ogni giustificazione del cinismo politico.
Ho provato un brivido leggendo Montesquieu ergersi contro Machiavelli. Questo match non è solo uno scontro teorico. È una lotta tra due visioni del mondo che ancora oggi ci interpellano.
Ed io, come insegnante di spagnolo e aspirante docente di lettere, sento in modo particolare l’urgenza di trasmettere ai miei allievi l’importanza della giustizia e della libertà.
In effetti, in un mondo in cui spesso il potere sfugge a ogni controllo, leggere Joly è un invito a non rassegnarsi. Ci sprona a interrogare le autorità, a difendere i principi fondamentali e a ricordare che il potere deve essere sempre controllato, mai assoluto.
Quanto ci riguarda questo match attualmente nella società?
Vi invito a riflettere: quanto di ciò che osserviamo nelle istituzioni e nei governi politici rispecchia davvero il cinismo machiavelliano? E, allo stesso tempo, quanto la speranza e la legge possono ancora guidare la società verso un “futuro migliore?”
Chiudo il mio diario (letteralmente Zibaldino) con questa riflessione: leggere Joly oggi significa interrogarsi sul potere e sul nostro ruolo nel contrastare le ingiustizie.
Ai lettori curiosi che vogliono continuare questo match tra idee e visioni del mondo, suggerisco di leggere il mio prossimo post direttamente QUI! Nel frattempo, lasciate un commento con la vostra riflessione!


Ciao Valentina, grazie per questo post:)
Volevo chiederti come mai scrivi che l’opera è “forse falsamente” attribuita a Joly?
Joly è stato pure arrestato per questo scritto.
Inoltre mi permetto di darti uno spunto che mi ha dato all’epoca Gianfranco Sanguinetti (che fu l’amico e intellettuale che ci ha spinto a ripubblicare questo libro): Machiavelli e Joly sono entrambe figure negative.
Ovviamente si parla delle figure di questo dialogo, non delle loro figure storiche (Machiavelli, ad esempio, era un fervente repubblicano e non certo un monarchico, e se si legge Gramsci o i Discorsi sulla prima deca, o si guarda la lezione del prof. Antonio Gargano su Youtube, si rivaluta ampiamente la figura del diplomatico fiorentino).
Nel Dialogo, Machiavelli è un’allegoria negativa perché rappresenta la spregiudicatezza del potere (all’epoca metafora di Napoleone III), ma Joly è una figura altrettanto negativa, perché in realtà rappresenta il fallimento totale del sistema liberale (nel senso dell’epoca) sotto i colpi del prepotente di turno.
Sanguinetti mi faceva notare come per certi specifici potremmo addirittura arrivare a considerare Napoleone III come una sorta di vero inventore del Fascismo, e come Joly ci stia mettendo in guardia – allo stesso tempo – sia dal dittatore (Napoleone III, attraverso la metafora di Machiavelli) sia dalla totale inadeguatezza del sistema liberale (rappresentata nel Dialogo da un Montesquieu assolutamente non a livello e incapace di controbattere con efficacia.)
Insomma nel Dialogo non ci sono un buono e un cattivo, ma una serie di ammonimenti su come noi dobbiamo comportarci: il potere userà sempre ogni mezzo, e bisogna contrapporgli contrappesi sufficientemente forti, altrimenti la storia è già scritta.
Un abbraccio e grazie ancora!
Ciao, Giò!
Sono davvero felice che questo post ti abbia spinto a scrivermi e ad avviare un piccolo “dibattito filosofico”! 😊
Quel “forse falsamente attribuita a Maurice Joly” si riferiva al fatto che, durante un corso universitario di storiografia, il docente accennò al fatto che in alcune letture critiche più recenti siano emersi dubbi di tipo stilistico e teorico sull’attribuzione dell’opera, ma nulla di tutto ciò è mai stato provato! Non esiste alcuna smentita concreta, e la critica storica continua a riconoscere Joly come autore.
In effetti, sarebbe più corretto precisare che l’opera fu pubblicata anonimamente e solo in seguito identificata come di Joly, dopo la sua incriminazione.
Era un corso monografico sull’URSS (strano ma vero!), e quando il professore menzionò il Dialogo non potei resistere: dovevo approfondire la lettura!
Condivido pienamente ciò che scrivi: Sanguinetti aveva colto benissimo il punto. Nel Dialogo non ci sono eroi, ma due figure che incarnano le contraddizioni del potere e della libertà. E in fondo Joly ci mette in guardia da entrambi: dal tiranno, ma anche dall’impotenza del sistema liberale.
E lo ammetto… il post era anche una piccola presa di parte personale, perché ahimè sono fieramente antimachiavelliana 😜
Un abbraccio grande, o ancora meglio… ganci e montanti! 🥊
Se ti fa piacere seguirmi, nel mio prossimo post racconterò del mio incontro puramente casuale con Giovanni Zullo, il pronipote di Verga, e parlerò di Verga come fotografo 📸. Sarebbe bello condividere queste piccole scoperte con chi ama curiosare tra storia, letteratura e vita reale!
A presto,
V for Barletta