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Seduta nella mia stanza, qualcosa mi ha spinto a scrivere. Sai cosa c’è? Che sono l’autodistruzione della mia arte.
È da una settimana che, a causa dello sparring di cui parlavo nel precedente racconto, sono ferma dagli allenamenti. E se non mi alleno, mi crolla il mondo addosso. Se non mi alleno, mi autodistruggo.
Ho terminato L’arte di correre due giorni fa, ma ero troppo presa dallo studio su Boccaccio per mettermi a scrivere. Eppure, quel libro mi ha lasciato qualcosa addosso.
Mentre scrivo, riavvolgo i ricordi impressi nella mente: io che correvo a dodici anni a Muggiò, dove praticavo atletica. Quel giorno non lo dimenticherò mai.
L’allenatore aveva chiamato tutti per iniziare gli esercizi sugli ostacoli. Ma io, ovviamente, ero persa nel mondo dei sogni. Mentre il tramonto mi avvolgeva come un dipinto, la mezza maratona diventava una sfida con me stessa.

Poi, dopo quasi un’ora, sentii quel signore dalla barba folta parlare con mia madre:
«Non le voglio dire niente. Voglio vedere fin dove arriva. Non ho parole.»
Insomma, quello era l’allenatore.
Mi risvegliai da quel sogno: 21,097 chilometri.
Ma non era un sogno qualunque. Era pura realtà.
Alla fine, anche il mio Giacomo (Leopardi) pensava che il piacere fosse destinato a morire. Il paradosso era che quel sogno era terminato proprio perché era tutto vero. O forse il sogno non era mai esistito.
Il sogno di stare bene, di sentirmi a posto. Bastavano quelle scarpe e una meta da raggiungere.
Quando arrivai alla fine, mi resi conto di non essermi accorta di nulla. Il signore dalla folta barba aveva chiamato tutte noi ragazze per allenarci e io, sola, in compagnia di me stessa, ero rimasta persa a correre. Neanche della Terza guerra mondiale me ne sarei accorta .
Ho smesso per un problema al ginocchio, ma ho sempre continuato a correre da amatrice. Poi, a soli sedici anni, trovai il mio sport. Purtroppo ho dovuto abbandonarlo per dieci anni, ma fu allora che mi resi conto di quanto, quando ami davvero qualcosa, sei disposto a tutto, anche a farti distruggere le costole, a proposito dello scorso sparring…
Leggere il diario di Murakami, in cui racconta la propria esperienza da maratoneta, mi ha fatto capire che forse non è mai troppo tardi per raggiungere dei traguardi.

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Il passato non esiste. Ogni secondo muore.
Più il presente uccide il passato, più si avvicina il mio declino fisico.
Non pensare che boxare a trentun anni sia facile. Credimi: per quanto tu possa allenarti, per quanto trentun anni non siano certo settanta, sentire certi commenti fa male.
«Ma quando hai intenzione di smettere? Fatti la tua corsetta!»
«Non fare il pugile. Perché farsi pestare così alla tua età? Il corpo non è più come quando avevi sedici anni!»
Mi viene da piangere.
Eppure, leggendo Murakami, ho trovato una risposta.
Non pensare che sia troppo tardi, lui ne è la prova.
MurakamI…
L’arte di correre non è altro che il suo diario: racconta come l’inizio della carriera da scrittore abbia coinciso con la necessità di correre per restare in salute. Una maratona all’anno, ultramaratone, triathlon.
Tra tutti, è stato lui a capirmi.

Leggendo il suo diario ho capito che, per scrivere romanzi lunghi, non serve soltanto talento. Serve soprattutto concentrazione e resilienza fisica.
Se ci penso, la nobile arte mi spinge a scrivere. Ogni giorno è uno sparring interiore. Poi, quando corro, quello sparring diventa equilibrio.
Chi mi conosce lo sa: sono il caos… un caos ordinato di sensi insensati.
Che tu sia un atleta oppure no, leggi questo libro. Non è un consiglio: è un dato di fatto.
Leggendolo mi sono resa conto che la competizione, nel mio caso sul ring, non è contro gli altri, ma contro me stessa e contro i miei traguardi precedenti.
Come sul quadrato, anche le sue parole colpiscono:
Il dolore è inevitabile. La sofferenza è opzionale.
(Murakami, L’arte di correre)
Forse è proprio questo che cercavo di capire mentre ero ferma dagli allenamenti: il tempo passa per tutti, il corpo cambia, e certe paure non scompaiono… ma esistono passioni capaci di accompagnarti per tutta la vita, se sei disposto ad ascoltarle!
Adesso, però, è tempo di tornare al mio romanzo. Murakami ha corso per incontrare sé stesso. Io, invece, devo ancora incontrare i miei personaggi nella storia che sto scrivendo.
Se penso che oggi ha settantasette anni e corre OGNI GIORNO, so che se arriverò a cento anni morirò con i guantoni!
