Camminavo lungo la strada con due amici quando il sole tramontò, il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue. Mi fermai, mi appoggiai stanco morto a una palizzata. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura… E sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura.
Dal diario di Edvard Munch
Questo è un quadro dipinto con le parole. E credimi, in questo preciso istante mi sento proprio così.
Quando Edvard Munch scrisse queste righe non poteva conoscermi. Eppure, dieci anni fa, entrando alla mostra a lui dedicata a Genova, ebbi la sensazione che qualcuno avesse trovato le parole per raccontare ciò che io non riuscivo ancora a nominare. L’angoscia. La frustrazione. Quel nodo allo stomaco che sale fino alla gola. L’affanno. La mano che trema. Il respiro che sembra mancare.
Fu allora che iniziai a riempire un taccuino. Pagina dopo pagina. Perché scrivere era l’unico modo per restare in piedi davanti a quell’orizzonte, a quel fiordo nero-azzurro, mentre le lingue di fuoco mi riducevano in cenere. Ma era il gelo a fare più male. Perché anche il ghiaccio sa bruciare.
Oggi quel taccuino torna a chiamarmi.
Lo stomaco si stringe. Il cuore risale in gola. La mano trema. L’ossigeno sembra non bastare. E da quelle pagine nasce un nuovo racconto. O forse no. Forse è lo stesso racconto che, dieci anni dopo, cambia soltanto paesaggio.
Il quadro cambia colore...

Cammino lungo la strada con due amici quando il sole si spegne e il cielo si tinge, all’improvviso, di blu. Mi fermo. Mi appoggio, stanca morta, a un letto. Sul fiordo nero-azzurro e sulla città non ci sono più sangue e lingue di fuoco. I miei amici continuano a camminare e io non tremo più di paura.
Non sento più un grande urlo infinito pervadere la natura.
C’è un assordante silenzio.
Sangue gelido.
Occhi chiusi.
Nessun respiro.

