Oggi è il primo dell’anno, o almeno lo è nel mio calendario personale. Se il resto del mondo aspetta il primo gennaio per imbastire risvegli e buoni propositi, la mia vera rinascita si consuma in silenzio, nel rovescio delle cose. Nel Caos, il primo settembre.
Da sempre è questo il mio mese, il periodo in cui la fortuna sembra venirmi incontro. Mentre attorno a me si consuma il consueto lutto collettivo per la fine delle vacanze, la mia pelle reagisce all’opposto. L’estate mi prosciuga, mi deforma, mi impone un’orgia di luce abbacinante che pialla i contorni e cancella le profondità. La bella stagione è un’illusione sfacciata da cui devo continuamente difendermi. Solo quando la morsa del caldo cede, il rumore di fondo finalmente si placa. Il primo settembre spegne quel bagliore fastidioso e restituisce alla penombra la sua nitidezza. Nel fresco ritrovato riprendo a respirare, e il sangue torna a scorrere, lucido.
Settembre nella letterautra italiana
In questo scarto di luce, la nostra letteratura cessa di essere astratta teoria e torna ad esistere.

Il pensiero corre a D’Annunzio e al suo culto viscerale per il declino, dove il tramonto dell’estate non si risolve in sterile nostalgia, ma si celebra in un rituale estetico di carne e foglie che si fondono nel distacco.
Vi è poi il Carducci di Anapesto, che tra i banchi di scuola non cerca un’infanzia consolatoria, bensì il fantasma di un tempo inesorabile, giunto a riscuotere il suo tributo.


E infine Ungaretti, che in pochissimi versi scolpiti nell’essenziale ci restituisce la misura della lama sottile su cui camminiamo: quella solitudine sospesa di chi sta, come d’autunno sugli alberi le foglie, costantemente a un passo dal vuoto.
Il percorso si conclude con Pirandello. La sua lirica Settembre rifugge dalle idilliache descrizioni paesaggistiche per offrire, invece, la spietata radiografia di una stagione che declina, capace di spogliare la realtà fino a metterne a nudo l’ossatura più intima:

«Cade una foglia che il vento mulina,
e il vento la porta con sé.
Sulle vette la nebbia brulina
già svapora e non si sa che sia.
Sotto il cielo che grigio si stende
il verde dei pascoli muore;
il sole nel mezzo risplende
con un fievole e triste calore.»

