Creatività e sofferenza: abbiamo davvero bisogno del dolore per sentirci vivi?

Uomo triste contro clown murales

La creatività è il mio trucco: non copre, svela. È la maschera che indosso per rimanere viva nel caos. Lo compresi a diciannove anni, quando pubblicai la mia antipoesia nell’antologia di “Edizioni Amande”:

“La poesia è una città fantasma in cui non abitano i pazzi come voi, ma i folli come me”.

CAOS

Era il mio modo di gridare che il caos è equo.. e mi dà ordine.

Ancora oggi i miei cassetti traboccano di fogli ingialliti, quaderni logori, pagine ritrovate per caso come cadaveri di pensieri che non hanno mai smesso di respirare. E in mezzo a tutto questo disordine regna un’unica costante: il mare. Quell’alleato infido, complice e carnefice, che mi accompagna fin dall’infanzia con un amore viscerale.

Spesso mi chioedo il perché abbiamo bisogno del dolore e della sofferenza per sentirci vivi, e trovo la risposta ogni volta che indosso i guantoni: nei colpi incassati, nelle braccia che cedono, nel bruciore al fegato, nell’addome che urla. Quando suona il gong, e si conclude il round, la vita si manifesta con tutta la sua forza. Per questo motivo il mio pensiero va agli artisti: a coloro che hanno saputo trasmutare il proprio dolore in un’opera d’arte; a chi, nella tempesta, ha trovato l’unica forma possibile di quiete.

Antipoesia

Sfogliando un vecchio taccuino, mi imbatto in una data: 16/04/2023:

“Voglio vivere! Mi avvolgono le onde… e vivo, nella quiete”.

Antipoesia, Nicanor Parra, giornale

E allora mi domando: se non avessimo un viscerale bisogno della sofferenza, perché Leopardi non ha posto fine alla sua esistenza? Perché Silvia incarnava la speranza? E se Munch non avesse mai lambito i confini della follia, come avrebbe potuto dipingere l’urlo, la morte, la vertigine?

Da questi interrogativi è nata Isabella Moretti, la protagonista che mi accompagna nel romanzo che sto scrivendo. E ora, lascio a voi lo spazio per una riflessione:

Abbiamo davvero bisogno della sofferenza per percepirci vivi? O è semplicemente l’unico strumento che possediamo per riconoscere la vita nell’istante in cui ci attraversa?

Forse la risposta si cela anche lì, nella figura di Arthur Fleck: un uomo che il mondo ha liquidato come assassino, senza curarsi di ciò che aveva subito. Arthur muore e, dietro il cerone, prende vita il Joker. Non è la maschera a generare il mostro: è il dolore.

E mentre il web si satura di articoli SEO, guide preconfezionate, elenchi di “cosa vedere” e “cosa fare”, io, caro lettore, ti consegno un unico interrogativo: serve davvero la sofferenza per sentirci vivi?

Uomo con maschera da clown

Spogliami del trucco, toglimii la maschera. Vediamo se hai il coraggio di guardare oltre la superficie.

Parlamene nei commenti. Voglio leggere la tua ombra.

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